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Ci sono luoghi che parlano al cuore prima che alla mente. E ci sono storie che vale la pena raccontare non solo per i risultati raggiunti, ma per il viaggio che li ha resi possibili. Riad Alkemia non è solo una dimora incantata nella medina di Marrakech, ma il frutto di una visione condivisa tra due amiche, due donne, due viaggiatrici: Veronica e Silvia. In questa intervista abbiamo voluto dare spazio alle loro voci. Scopriremo come è nata l’idea, quali emozioni hanno accompagnato il restauro, e cosa significa per loro oggi accogliere gli ospiti in un luogo così intimo e speciale. Un viaggio dentro il viaggio.
1. Come vi siete conosciute e qual era il vostro rapporto prima di iniziare questa avventura?
SILVIA: “Un’amica per sempre!” Avrei potuto dirlo fin dall’inizio, se solo avessi saputo che la ragazza incontrata a York sarebbe diventata la mia compagna di vita e di sogni. Era l’estate dei nostri sedici anni, tre settimane di vacanza-studio che ci hanno cambiate per sempre. Dal primo momento è stato come ritrovare una sorella che non sapevo di avere, una connessione immediata, naturale, come se ci conoscessimo da sempre. Durante quelle tre settimane ci siamo separate solo per dormire, e ogni mattina sembrava un ritrovarsi dopo un’eternità. Ridevamo delle stesse cose, sognavamo gli stessi sogni, avevamo la stessa voglia di scoprire il mondo insieme. “Un giorno apriremo un negozio insieme”, ci dicevamo, “e vivremo una accanto all’altra.” Erano sogni adolescenziali, ma contenevano già quella forza che ci avrebbe portate fino a Marrakech.
VERONICA: Poi la vita ha preso le sue direzioni, come spesso accade. L’università, i matrimoni, il mio trasferimento per amore in un’altra città, gli impegni che ti travolgono quando sei giovane e pensi di avere tutto il tempo del mondo. Dieci anni sono scivolati via senza che ce ne accorgessimo, ma quella amicizia è rimasta lì, intatta nel cuore, come un tesoro nascosto in attesa di essere riscoperto. Ottobre 2017, il telefono squilla con un messaggio che ha cambiato la mia vita: “Ciao amica mia. Mi manchi tanto.” Ho iniziato a piangere lì, in mezzo alla strada. Quella sera tutto è ricominciato esattamente da dove ci eravamo fermate, come se quei dieci anni non fossero mai esistiti. L’intesa, la complicità, i sogni… tutto era rimasto intatto. Era come ritrovare una parte di me che credevo perduta per sempre.
2. Quando avete capito che avreste creato qualcosa insieme?
SILVIA: In realtà il sogno di fare qualcosa insieme l’abbiamo sempre avuto! Da ragazze sognavamo di aprire insieme un negozio di abbigliamento e di vivere una accanto all’altra.
VERONICA: Quando ci siamo ritrovate, abbiamo capito che il sogno di quelle due ragazze di vivere e lavorare insieme non era mai scomparso — aveva solo cambiato forma, diventando più grande e più bello.
3. Marrakech: perché proprio qui?
VERONICA: “Questa è casa”, ho pensato quella prima mattina in cui mi sono svegliata nel mio piccolo riad, anni prima che Silvia e io ci ritrovassimo. Ero arrivata qui da sola, con una valigia piena di speranze e un cuore in cerca di nuovi orizzonti. Avevo preso in gestione quel piccolo riad, il mio primo passo in questo mondo magico dell’ospitalità marocchina. Il suono del richiamo alla preghiera che si mescolava al canto degli uccelli nel patio, il profumo del pane appena sfornato che saliva dalla strada, la luce dorata che filtrava attraverso i moucharabieh — tutto questo mi ha fatto capire che Marrakech non era solo una destinazione: era diventata casa. Mi sono innamorata di tutto: la generosità delle persone, i sorrisi dei bambini nei vicoli della medina, il modo in cui gli artigiani lavorano con le mani creando bellezza dal nulla.
SILVIA: Quando Veronica e io ci siamo ritrovate, mi ha parlato del suo sogno più grande: ristrutturare un vecchio riad e trasformarlo in un luogo che fosse il riflesso perfetto di tutto ciò che aveva imparato ad amare di questa città straordinaria. “Silvia”, mi ha detto, “qui ho scoperto chi voglio davvero essere. Marrakech mi ha insegnato che la bellezza nasce dall’incontro di culture diverse, dalla capacità di accogliere, di creare armonia tra tradizione e innovazione.” Ero felice per lei, ma dentro di me cresceva il desiderio di condividere questa magia. Marrakech era il posto perfetto perché qui avevamo già scoperto chi volevamo diventare insieme. Era come se questa città ci stesse aspettando, come se avesse sempre saputo che un giorno saremmo arrivate qui insieme a realizzare il nostro sogno.
4. Ricordate il momento esatto in cui avete varcato per la prima volta la soglia dell’attuale Riad Alkemia?
VERONICA: “L’abbiamo trovato!” È stata la prima cosa che ho detto a Silvia, quasi urlando al telefono, senza nemmeno salutarla. In realtà lo abbiamo visto in due momenti separati. Dopo tre giorni di ricerche infruttuose, dieci riad visitati senza che nessuno riuscisse a toccare le corde giuste del nostro cuore, Silvia aveva dovuto rientrare mentre io avevo ancora qualche giorno a disposizione. Quella mattina ero in camera quando squilla il telefono. Un agente immobiliare con una proposta che sembrava arrivare dal nulla: quel riad che avevamo scartato perché troppo caro era ora alla nostra portata per l’urgenza dei proprietari di venderlo. Ricordo ancora come se fosse ieri quando ho aperto quella vecchia e anonima porta di legno: mi sono trovata di fronte a un luogo che sembrava dormire da anni, ma con un’anima in attesa di essere risvegliata. E quella sensazione enorme di pace che mi ha avvolta non appena mi sono ritrovata nel patio.
SILVIA: “Aspetta, Veronica, calmati”, le ho detto ridendo quando mi ha chiamata con quell’entusiasmo irrefrenabile che le prende quando un pensiero creativo prende forma nella sua testa. Era incontenibile, agitata, la sentivo camminare avanti e indietro nella sua stanza gesticolando come una pazza, anche se non potevo vederla dall’altro capo del telefono. “Il nostro riad! IL NOSTRO riad, Silvia!” continuava a ripetere. Mi ha raccontato tutto: la telefonata inaspettata, quella sensazione di pace non appena aveva varcato la soglia, e soprattutto il fulmine visivo quando era arrivata alla suite con quei soffitti che sembravano raccontare storie di secoli passati. “Non erano le mura, non erano i dettagli architettonici”, mi ha spiegato, “era qualcosa di più profondo, di intangibile. C’era un’energia unica, e ho capito immediatamente che era quella giusta.”

5. Cosa vi ha fatto capire che “quel posto” era quello giusto?
SILVIA: “L’abbiamo trovato!” ha quasi urlato, senza nemmeno salutarmi. La sentivo camminare avanti e indietro gesticolando come una pazza, anche se non potevo vederla dall’altro capo del telefono. “Aspetta, Veronica, calmati”, le ho detto ridendo, “cosa abbiamo trovato?” “Il nostro riad! IL NOSTRO riad, Silvia!” Mi ha raccontato tutto: la telefonata inaspettata, quella sensazione di pace non appena aveva varcato la soglia, i soffitti che sembravano opere d’arte, l’energia speciale del luogo. Parlava così in fretta che ho dovuto interromperla per farle ripetere i dettagli. “Ma sei sicura?” le ho chiesto. “In tre giorni non avevamo trovato niente che ci convincesse davvero…” “Silvia”, mi ha detto, e ricordo che la sua voce si è fatta improvvisamente più calma e profonda, “ricordi quella sensazione che avevamo quando sognavamo il nostro negozio di abbigliamento?” Ho risposto di sì. “Ecco, quando sono entrata in questo riad ho provato esattamente la stessa sensazione. Come se fossi tornata in un posto dove ero già stata, come se appartenessi a quel luogo da sempre.”
VERONICA: Dall’altro capo del telefono è calato il silenzio. Poi Silvia ha detto sottovoce: “Mandami tutte le foto che puoi. TUTTE. Voglio vedere ogni angolo.” Ho passato due ore a fotografare ogni dettaglio, ogni gioco di luce, ogni decorazione. Quando gliele ho mandate, il telefono è rimasto in silenzio per un tempo che sembrava eterno. Poi è arrivato il suo messaggio: “Oh. Mio. Dio. Veronica, è lui. È davvero lui.” E quando anche lei è entrata per la prima volta, ha avuto la conferma. C’era un’energia particolare, un potenziale nascosto dietro ogni crepa e ogni pietra.
6. Vi siete mai dette: “Ma chi ce l’ha fatto fare?”
SILVIA: Ricordate il giorno in cui sono iniziati i lavori e abbiamo ricevuto la prima foto? Era quella di un carretto con un asino parcheggiato davanti alla porta del riad, carico di detriti e di tutto ciò che era stato buttato dentro durante gli anni in cui era rimasto disabitato. Guardando quell’immagine ho pensato per la prima volta: “Ma chi ce l’ha fatto fare?” Questa frase è diventata quasi un mantra tra noi, soprattutto durante i lavori quando i problemi sembravano spuntare come funghi! La ripetevo mentre cercavo di spiegare per la decima volta a un operaio cosa volevamo fare, con il mio francese traballante e i gesti che diventavano sempre più teatrali.
VERONICA: Quella foto del carretto con l’asino è diventata simbolica per noi — rappresentava l’inizio di tutto, il primo passo concreto verso la trasformazione del nostro riad. Eppure guardandola per la prima volta ho sentito un brivido di panico misto a eccitazione. “Ma chi ce l’ha fatto fare?” sentivo dire Silvia di fronte all’ennesimo problema inaspettato che sembrava impossibile da risolvere. Ma poi abbiamo scoperto una cosa meravigliosa di questo paese: è anche il paese delle soluzioni. Ogni volta che pensiamo che non ci sia niente da fare, qualcuno appare con un’idea, un trucco del mestiere, una soluzione che mescola fantasia ed esperienza in modi che non avresti mai immaginato. E così, ogni volta ci guardavamo e sapevamo che arrenderci non era un’opzione. Un po’ di autoironia, qualche respiro profondo e tanto tè alla menta ci hanno salvate nei momenti più difficili. Alla fine una via d’uscita c’è sempre, e quando finalmente riusciamo a vedere la luce in fondo al tunnel, quella domanda “Ma chi ce l’ha fatto fare?” si trasforma in un sorriso complice tra noi due. Perché sappiamo esattamente perché lo abbiamo fatto, e ne siamo più convinte che mai.
7. Qual è stata la parte più difficile da affrontare, praticamente o emotivamente?
VERONICA: “Ce l’abbiamo fatta!” ci siamo dette dopo oltre un anno e mezzo di lavori infiniti, quando il riad era finalmente pronto. Avevamo sistemato gli ultimi dettagli, formato lo staff che avevamo cercato con tanta cura. Era tutto perfetto, abbiamo pubblicato l’annuncio su una nota piattaforma e dopo poche ore è arrivato quel suono magico, il “ding” della notifica. La prima prenotazione! È sembrato di aver vinto la lotteria. L’ospite sarebbe arrivato di lì a qualche giorno. Eravamo così emozionate da controllare tre volte che tutto fosse perfetto. Toccavamo il cielo con un dito. Finalmente stavamo traducendo il nostro sogno in vera ospitalità. Quei primi mesi erano incredibili. Ogni ospite che arrivava era la conferma di aver fatto la scelta giusta. Dalle loro recensioni si sentiva la stessa meraviglia che avevamo provato noi la prima volta che avevamo visto questo posto. E poi… febbraio 2020.
SILVIA: “COVID”: queste due parole racchiudono il nostro peggior incubo. Meno di tre mesi dopo l’apertura, tutto si è fermato. Due anni di chiusura forzata, scoraggiamento, notti insonni a chiederci se ce l’avremmo mai fatta. Guardavamo il riad dalle foto che ci mandava lo staff, vuoto e silenzioso, e sembrava che tutti i nostri sforzi fossero stati vani. “Veronica”, le dicevo nei momenti più bui, “abbiamo fatto tutto questo per niente?” Ma poter raccontare questa storia oggi, essere qui a condividerla, è la nostra più grande conquista. Abbiamo resistito, abbiamo creduto nel nostro progetto anche quando tutto sembrava perduto. E quando abbiamo finalmente riaperto, ogni nuovo ospite che varcava la soglia ci ricordava perché avevamo iniziato questo viaggio. Quella prova del fuoco ci ha rese più forti, più determinate, più consapevoli del valore di ciò che avevamo costruito insieme.
8. C’è un dettaglio del riad che vi rappresenta di più?
VERONICA: “Questo è il posto del nostro cuore!” diciamo quando portiamo qualcuno a vedere quella che abbiamo chiamato la zona zen, la terrazza coperta al primo piano. È lì che batte il cuore del nostro riad, ed è lì che batte il nostro. Fin dal primo momento, abbiamo percepito un’energia speciale in quel luogo. Quando era ancora un cantiere, passavamo ore infinite sedute dove potevamo: sacchi di cemento diventati poltrone, assi di legno trasformate in tavoli improvvisati. Il pavimento era polveroso, i materiali sparsi ovunque, ma il comfort non importava. Quello che importava era essere lì. Era come se quello spazio potesse infondere calma e creatività allo stesso tempo, una combinazione rara e preziosa: un vero laboratorio di idee.
SILVIA: “Le idee migliori nascono qui!” ripeto quando ci sediamo in quell’angolo magico. Le nostre menti si rilassavano mentre intorno a noi lavoravano gli operai, e le idee più belle cominciavano a scorrere naturalmente, come l’acqua che trova la sua strada. Potremmo definirla il quartier generale delle grandi decisioni. Ogni scelta importante per il riad è stata presa sedute in quell’angolo speciale. I colori degli zellige e dei vasi, la forma della vasca, i dettagli che avrebbero fatto la differenza: tutto è nato lì. È il posto dove i sogni hanno preso forma concreta. Anche adesso, quando dobbiamo riflettere su qualcosa di importante, quello è il posto del nostro cuore. Ci sediamo, respiriamo quell’atmosfera unica che solo quel luogo sa dare, e le soluzioni arrivano da sole. La zona zen non è solo uno spazio del riad, è il nostro rifugio, il nostro centro di controllo emotivo.
9. Come avete scelto gli artigiani e i materiali? Vi siete lasciate ispirare dal luogo o avete seguito una visione precisa?
VERONICA: “Adriano è il nostro asso nella manica!” dico quando racconto come abbiamo trasformato il nostro sogno in realtà. Un architetto bolognese che il destino aveva messo sul mio cammino qualche anno prima, in un momento in cui tutto sembrava andare storto. Stavo gestendo il mio primo riad, i lavori si erano trasformati in un incubo, molto più complicati del previsto, e soprattutto avevo riposto fiducia nelle persone sbagliate. Una sera, presa dallo sconforto totale, faccio una cosa che non faccio mai quando viaggio: entro in un ristorante italiano. Non per nostalgia, ma semplicemente perché era il più vicino a dove alloggiavo. Varcare quella soglia è stato come attraversare una porta scorrevole che ha cambiato tutto. Il ristorante era allestito in uno splendido riad, e dopo una lunga chiacchierata con questo signore gentile e sorridente, Adriano mi rivela di aver appena aperto quel ristorante, ristrutturato da lui, perché la sua occupazione principale è in realtà proprio il restauro di riad.
SILVIA: “Non riuscivo a crederci!” racconto quando penso a quel momento magico. Lì, nel momento di massimo sconforto di Veronica, aveva trovato la persona giusta nel posto giusto. Con lui tutto è diventato facile. Nel frattempo è nata una bella amicizia, uno di quei legami che nascono quando le persone si capiscono immediatamente e condividono gli stessi sogni. Quando abbiamo trovato il nostro Riad Alkemia, Adriano è stato il primo dopo di noi a vederlo. Ha percorso quegli spazi con i nostri stessi occhi pieni di sogni e ci ha aiutate a tradurre in realtà il concetto che avevamo in mente. “Adriano non è solo un architetto”, dico a Veronica, “è diventato il traduttore dei nostri sogni in mattoni, legno e zellige, il ponte perfetto tra la nostra visione e la maestria degli artigiani locali.”
10. Che reazioni avete ricevuto da chi vi stava intorno? Più incoraggiamento o più scetticismo?
SILVIA: “Due donne da sole, in Marocco, a gestire un riad? Siete sicure?” Questa è una frase che ci sentiamo rivolgere spesso. Abbiamo ricevuto un po’ di tutto. Alcune persone ci guardavano con ammirazione e curiosità, altre con un misto di scetticismo e sorpresa che quasi ci faceva sorridere. Era come se tutti si aspettassero che tutto crollasse da un momento all’altro, che qualche problema esplodesse. “Ma siete sicure di quello che avete fatto?” me lo chiedono ancora oggi. È incredibile quanti pregiudizi portiamo con noi. Quando racconto del nostro riad, vedo negli occhi delle persone quella preoccupazione mista allo scetticismo, come se avessimo fatto qualcosa di pericoloso o avventato, invece di realizzare semplicemente il nostro sogno.
VERONICA: “Dovreste venire a vedere con i vostri occhi!” rispondo a chi ci guarda con quella faccia preoccupata. Quello che racconto è che a Marrakech, nella stessa piazza, convivono una moschea e una chiesa cattolica, e ora c’è anche un progetto per costruire una sinagoga. Questo dice tutto di questo paese: una capacità di accogliere la diversità che spesso manca altrove. Quando lo racconto agli amici italiani, vedo sorpresa nei loro occhi. È come se dovessero riscrivere completamente l’idea che avevano del Marocco. Per fortuna abbiamo incontrato anche molte persone che ci hanno supportate, consigliate e, a volte, semplicemente incoraggiate con un sorriso. “Questi incontri ci hanno dato la forza di andare avanti”, dico a Silvia, “quando lo scetticismo degli altri sembrava pesare troppo.”
11. Cosa significa per voi oggi essere donne imprenditrici in Marocco?
SILVIA: “Siamo parte di un cambiamento!” rispondo con orgoglio quando mi viene posta questa domanda. Significa essere testimoni di un’evoluzione, dimostrare che si può fare impresa, lavorare con passione e rispettare profondamente la cultura locale. Non è facile, ma ogni piccola conquista ci ricorda che ne vale la pena. Il Marocco è un paese musulmano con vedute molto aperte. “Non è affatto raro trovare qui donne imprenditrici”, spiego a chi sembra sorpreso. Conosciamo e collaboriamo con donne marocchine che gestiscono attività con una professionalità e una determinazione che farebbero invidia a molti.
VERONICA: Essere imprenditrici qui significa scoprire ogni giorno che i pregiudizi spesso nascondono realtà molto diverse e molto più ricche di quanto immaginiamo. “Qui ho imparato che il rispetto si conquista con il lavoro, la dedizione e l’autenticità”, dico a Silvia, “non importa se sei uomo o donna, marocchina o straniera. Quello che conta è la passione che metti in ciò che fai e il rispetto che mostri per questa terra meravigliosa che ci ha accolte.”
12. Che messaggio vorreste lasciare a chi sogna di cambiare vita?
SILVIA: “Il momento perfetto non esiste!” È la prima cosa che dico a chi mi chiede un consiglio. Ci sarà sempre una paura, un dubbio, un “forse non è il momento giusto”. Ma se dentro senti che quella strada ti appartiene, vale la pena provarci. Non è una favola senza ostacoli, ma è un viaggio che ti cambia e ti insegna chi sei davvero. Il nostro messaggio viene dalla nostra esperienza e dalle parole che ci diciamo ogni volta che affrontiamo una nuova sfida: i sogni non hanno scadenza. “Avevamo sedici anni quando abbiamo sognato per la prima volta di fare qualcosa insieme”, racconto con emozione. “Ne avevamo più di quaranta quando ci siamo ritrovate e abbiamo avuto il coraggio di dirci: ‘È il momento’.” Non c’è un’età giusta per inseguire i propri sogni, c’è solo il momento in cui si decide di smettere di rimandare.
VERONICA: “Non aspettate il momento perfetto, perché non esiste!” ripeto a chi sogna di cambiare vita. Non aspettate di avere tutte le risposte, perché le troverete lungo la strada. Non abbiate paura di fallire, perché ogni caduta è una lezione che vi renderà più forti. Ma soprattutto, non fate questo viaggio da soli. “La felicità è reale solo quando è condivisa”, come dice una delle mie citazioni preferite, e questo vale anche per i sogni e le sfide. “Circondate di persone che credono in voi”, consiglio, “che condividono i vostri valori, che vi sostengono nei momenti difficili.” Il coraggio non è l’assenza della paura, è la decisione di andare avanti nonostante la paura. “E vi assicuro”, concludo con un sorriso, “che dall’altra parte vi aspetta una versione di voi stesse che non sapevate nemmeno di poter diventare.”
13. Come definite l’esperienza che volete offrire agli ospiti del riad?
SILVIA: “Sentirsi a casa, ma in una casa che profuma di spezie!” Questa è l’idea che sta alla base di tutto ciò che facciamo a Riad Alkemia. Chi entra qui, pur trovandosi a migliaia di chilometri dalla propria vita quotidiana, deve sentirsi immediatamente accolto in una casa che risuona di suoni lontani e offre un ritmo più lento. Il riad è affittato in esclusiva e questo ci permette di creare un’esperienza totalmente personalizzata e intima. “Non siete ospiti in un hotel”, spiego, “siete abitanti temporanei di una casa piena di storie, dove ogni angolo racconta qualcosa di speciale.” Ogni dettaglio è pensato per far sentire gli ospiti parte di un’esperienza autentica: la luce che cambia il colore del tadelakt a ogni ora del giorno, i tappeti tessuti a mano che raccontano la storia delle donne berbere, il tè alla menta servito con calma, come rituale di benvenuto. “La mattina ci si sveglia con il profumo del pane appena sfornato che Khadija prepara con le mani e con amore”, racconto con un sorriso.
VERONICA: “Non è solo un posto dove dormire!” sottolineo quando descrivo la nostra filosofia di ospitalità. Durante il giorno, il riad diventa il vostro rifugio personale dove tornare dopo aver esplorato Marrakech. La sera, sotto le stelle della terrazza, si può cenare a lume di candela sentendosi parte di questa città magica. È un rifugio dove ci si prende il tempo di osservare il cielo dalla terrazza, ascoltare l’eco del muezzin in lontananza, assaporare un piatto preparato con ingredienti locali e magari scambiare chiacchiere fino a tardi con noi. “L’esperienza che vogliamo offrire è fatta di piccole magie quotidiane”, spiego, “di un’accoglienza sincera e di un delicato equilibrio tra l’anima vibrante di Marrakech e il conforto rassicurante di sentirsi al sicuro, coccolati e compresi. Non offriamo solo un posto dove dormire, offriamo un’esperienza di vita autentica, dove il lusso significa intimità, la bellezza significa autenticità, e il comfort significa sentirsi completamente a proprio agio in un posto che racconta storie millenarie.”

14. C’è un momento particolarmente emozionante con un ospite che non dimenticherete?
SILVIA: “Ci hanno fatto letteralmente piangere di gioia!” racconto quando penso a quella coppia che era appena stata alla Mamounia, l’hotel più volte nominato il più bello del mondo. Quando hanno scelto di affittare il nostro intero riad dopo quell’esperienza, la loro recensione ci ha commosso oltre ogni aspettativa. Ma c’è una storia che per me supera tutto: quella di Richard. “Era uno di quei giorni perfetti”, ricordo ancora, “quando è arrivata all’improvviso questa prenotazione incredibile. Quattordici persone per due settimane! Sembrava quasi troppo bello per essere vero.” E invece Richard e il suo gruppo sono arrivati, hanno vissuto un soggiorno meraviglioso. Quello che non sapevamo è che Richard sarebbe diventato simbolico per noi: è stato il nostro ultimo ospite prima del lockdown, e quando le frontiere si sono riaperte due anni dopo, è stato il primo a prenotare di nuovo il riad. “È tornato con un altro gruppo”, racconto con emozione, “come se volesse chiudere quel capitolo difficile e aprirne uno nuovo insieme a noi.”
VERONICA: “Richard non è solo un ospite, è parte della storia del nostro riad!” dico quando penso a lui. Durante quei mesi di chiusura forzata, il ricordo della sua energia positiva ci ha accompagnate quando tutto sembrava perduto. La sua storia rappresenta perfettamente quello che vogliamo essere: un luogo dove nascono legami autentici, dove le persone non vengono solo a dormire ma a vivere un’esperienza che le segna. “Ogni volta che qualcuno sceglie di tornare da noi”, spiego a Silvia, “sentiamo di aver raggiunto il nostro obiettivo: non essere solo un posto dove stare, ma diventare parte dei ricordi più belli dei nostri ospiti.”
15. Come nutrite il legame tra autenticità marocchina e comfort occidentale?
VERONICA: “È come comporre una sinfonia in cui ogni elemento mantiene la sua voce unica!” spiego quando mi chiedono del nostro approccio. Il nostro segreto è creare un’armonia perfetta tra tradizione e modernità. Abbiamo mantenuto rigorosamente tutto ciò che è originale: i soffitti in cedro intagliato a mano, le decorazioni in stucco della cupola, il tadelakt che cambia colore con la luce. Ma abbiamo integrato il comfort moderno con totale discrezione: Wi-Fi potente ma invisibile, bagni che uniscono la bellezza marocchina con l’efficienza europea. “È un equilibrio continuo”, racconto con passione, “la lampada in ferro battuto che proietta ombre danzanti accanto a un’illuminazione regolabile, il silenzio del patio con il canto degli uccelli, ma a pochi passi dal cuore della medina.”
SILVIA: “Per noi autenticità e comfort non sono mai stati in contrasto, si completano!” sottolineo quando parliamo della nostra filosofia. Lenzuola in cotone tessute nelle cooperative femminili, prodotti SPA creati da donne berbere ma con qualità da spa di lusso. I tappeti berberi portano la storia tribale, ma offrono il calore domestico. “Questo incontro tra due mondi è la magia”, spiego a Veronica, “i nostri ospiti si sentono immersi nell’autenticità marocchina ma avvolti nel comfort e nella sicurezza.” Quando questa alchimia funziona, è il vero segreto della nostra ospitalità: non tradire mai l’essenza di questo luogo straordinario, ma renderlo accessibile e confortevole per chi arriva da lontano, creando un ponte perfetto tra culture diverse che si arricchiscono a vicenda.
16. Dove vi vedete tra cinque anni? Sogni nel cassetto ancora da realizzare?
VERONICA: “Tra cinque anni? Ci vediamo ancora qui, a Marrakech!” rispondo con certezza quando penso al futuro, “ma con il nostro riad che vive una nuova stagione, più matura, arricchita di tutte le esperienze e le storie che raccoglieremo nel tempo.” È bello immaginare come ogni ospite che passa da qui lasci un piccolo pezzo della sua storia, rendendo Alkemia sempre più ricca di memorie e connessioni umane. “Ma poi… c’è quel progetto…” aggiungo sorridendo misteriosamente quando Silvia mi guarda con quella complicità che solo noi due capiamo. Sapete com’è, senza un sogno da inseguire non ci piace stare ferme. “Stesso spirito di Alkemia”, racconto, “ma in un contesto completamente diverso: fuori dalla medina, immerso nella natura, tra profumi di erbe selvatiche e silenzi interrotti solo dal vento.”
SILVIA: “Esatto!” confermo quando Veronica parla del futuro di Alkemia. “Vorremmo che Riad Alkemia diventasse un punto di incontro speciale per viaggiatori curiosi, artisti e amanti della bellezza, un luogo dove le culture si sfiorano e si fondono naturalmente. Per il momento è davvero solo un sogno”, ammetto quando parliamo del nostro progetto segreto, “ma crediamo che sognare sia il primo passo indispensabile verso il futuro. Ha ancora un aspetto molto onirico, ma… ha già un nome!” rido quando vedo l’espressione curiosa di chi ci ascolta. “Preferiamo non rivelarlo ancora. Alcuni sogni hanno bisogno di tempo per maturare in silenzio, come il buon vino. Quando sarà il momento giusto, lo condivideremo con chi ci segue in questo viaggio. Per ora ci godiamo ogni giorno qui, sapendo che il futuro ci riserva ancora molte meravigliose sorprese.”
17. Se ho capito bene, vivete entrambe in Italia. Come gestite il riad a distanza?
VERONICA: “All’inizio la gestione a distanza sembrava una sfida impossibile!” ammetto quando mi viene posta questa domanda, “ma la tecnologia oggi ci aiuta moltissimo. Possiamo lavorare da qualsiasi parte del mondo, basta avere una buona connessione.” Il vero segreto è stato costruire uno staff di cui fidarsi ciecamente e imparare a fare un passo indietro. “Il nostro approccio molto occidentale”, spiego ridendo, “quello di voler anticipare e prevedere tutto, non si è sposato per niente bene con la filosofia Inshallah, dove i problemi si affrontano solo quando si presentano davvero.” Su alcuni punti fondamentali siamo state ferme e rigide, e questo mix tra fiducia totale e regole chiare si è rivelato davvero vincente. È stato anche un percorso di crescita per noi, imparare che non tutto deve essere controllato alla maniera europea.
SILVIA: “All’inizio era frustrante!” confesso quando racconto dei primi tempi, “poi abbiamo capito che imporci su ogni singolo aspetto non avrebbe mai funzionato.” Così abbiamo iniziato a lasciare che lo staff gestisse molte cose a modo loro, rispettando il loro ritmo e la loro esperienza locale. E poi abbiamo Adriano, che è il nostro punto fermo. In caso di emergenza interviene prontamente, ed è la persona su cui sappiamo di poter contare. È un team vincente! Ognuno porta il suo pezzo: noi portiamo visione e organizzazione, loro portano conoscenza locale e adattabilità, Adriano porta l’intervento tempestivo quando serve e non solo. “È stato anche un percorso di crescita per noi”, rifletto, “imparare a delegare, a fidarci completamente, a mescolare i nostri standard europei con il ritmo e la saggezza marocchina. Ed è proprio questo mix l’anima autentica di Alkemia.”
18. Se doveste descrivere Riad Alkemia con una sola parola… quale sarebbe?
SILVIA: “Riequilibrio”, rispondo senza esitazione quando mi viene posta questa domanda. “Per me Alkemia è come un respiro profondo dopo una corsa.” È il luogo dove il rumore della mente si affievolisce, dove il tempo sembra scorrere con un ritmo diverso. Qui tutto si armonizza: il silenzio intimo del patio e il richiamo lontano della medina, la materia grezza del tadelakt e la morbidezza di un cuscino, la curiosità per ciò che è nuovo e la familiarità rassicurante di sentirsi a casa. “Quando i nostri ospiti varcano la soglia del riad, tutto trova il suo posto”, osservo con emozione, “i pensieri veloci si fermano, il respiro si fa più profondo, i sensi si risvegliano.” Li vediamo spesso arrivare carichi di stress, fretta, mille pensieri, e li vediamo trasformarsi giorno dopo giorno. È un centro a cui tornare, ogni volta che ci si perde un po’, è il viaggio verso l’esterno e quello verso se stessi.
VERONICA: “Ritorno”, dico quando penso all’essenza di Alkemia. “Per me Alkemia è un viaggio circolare.” Ogni volta che ne varco la soglia, sento di ritrovare un pezzo di me. È il ritorno a una dimensione più autentica, alle cose che contano davvero: un’accoglienza sincera, il contatto con le persone, il piacere di vivere in un posto che profuma di storie. “È il ritorno a se stessi”, spiego, “alle proprie radici più profonde, a una dimensione di vita che spesso dimentichiamo di avere.” Quando entri qui, torni a guardare intorno con occhi diversi, a sentire i profumi, ad ascoltare davvero i suoni. Torni a prenderti il tempo, a parlare con calma, a gustare ogni momento. “Anche se la vita mi porta lontano, Alkemia rimane il mio porto sicuro”, confido a Silvia, “il punto da cui partire e a cui tornare. È come se Alkemia fosse un punto fermo a cui ancorarsi, ovunque il viaggio porti. E per noi due è stato anche il ritorno alla nostra amicizia, ai nostri sogni comuni, a quella complicità che credevamo perduta per sempre.”




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